
Jacob Böhme
Questo strano personaggio nacque alla metà del '500 ad Alt-Seidenberg, da genitori contadini, di umilissime origini, i quali trovarono le energie per farlo studiare, perché avevano veduto ed apprezzato la sua intelligenza viva. Però terminata la scuola lo spedirono ad imparare il mestiere di calzolaio, che per un po' gli sarebbe servito per vivere. Era una bella persona molto spirituale e verso i suoi 25 anni cadde in estasi.
Jacob era tormentato dal dubbio che le esperienze da lui vissute non fossero reali, ma frutto della sua fantasia. Un giorno si recò a meditare nei campi chiedendo conferma a Dio delle esperienze mistiche che aveva vissuto. Fu così che gli fu rivelata la segnatura degli esseri ed egli potè da allora decifrarne la natura interiore (come lo spiega nel suo libro De Signatura Rerum). Jacob fu preso da una grande gioia, ringraziò Dio dal profondo del cuore e non fece parola con nessuno dell'accaduto.
Dieci anni dopo i suoi sforzi furono nuovamente ricompensati: un nuovo stato di estasi donò a Jacob ulteriore conoscenza e saggezza.
Nel 1612 affidò ad un editore locale il manoscritto della sua prima opera, L'Aurora Nascente.
(...) L'Uno, il "Sì", è puro potere, è la vita e la verità di Dio, o Dio stesso. Dio però sarebbe inconoscibile a Se stesso e in Lui non vi sarebbe alcuna gioia o percezione, se non fosse per la presenza del "No". Quest'ultimo è l'antitesi, o l'opposto, del positivo o verità; esso consente che questa divenga manifesta, e ciò è possibile solo perché è l'opposto in cui l'amore eterno può divenire attivo e percepibile.
Lo scontro-attrazione tra i due princìpi opposti, raffigurato nei manoscritti alchemici dell'Aurora Nascente è evidente, Böhme insiste particolarmente su una visione trinitaria di Dio (Dio-Cristo-Uomo), che deriva dal reciproco scontrarsi della sua Volontà e Contro-Volontà, e in cui convergono tra l'altro motivi cabbalistici e numerologici connessi ad influssi ermetici.
L'opera suscitò grande interesse ma anche molte polemiche, soprattutto da parte del curato di Corlitz, Cregorius Richter, il quale si scagliò così violentemente contro l'autore, da indurre lo scabino a citare Bohme dinanzi al suo tribunale Alle imprecazioni bibliche con cui il curato di Gorlitz voleva fulminare Jacob Bohme, quest'ultimo rispondeva dichiarandosi pronto a far penitenza nel caso lo avesse offeso. Gli scabini, impressionati da tutti questi anatemi, finirono per intimare al povero ciabattino l'ordine di lasciare la città all'istante, senza dargli neanche il tempo di salutare la famiglia.
Jacob strinse amicizia con il Dr. Balthazar Walter di Gros-Glokau (Silesia). Il Dottore si stabili per più di tre mesi a casa di Jacob, periodo durante il quale gli impartì insegnamenti ampi e segretissimi. Questo personaggio aveva viaggiato per anni in Arabia, in Siria ed in Egitto, dove era stato iniziato alla Scienza dei Magi. Egli fece conoscere a Böhme le opere di Retchlin, di Riccius, di Pico della Mirandola, d'Angelo di Borgo-Nuovo; discussero insieme la filosofia dello Zohar e si lasciarono pieni di stima reciproca.
Nel frattempo il fragore suscitato dalla pubblicazione della sua prima opera si era diffuso in Sassonia e, il 9 maggio 1624, Jacob dovette recarsi a Dresda per sostenere un processo davanti ad una assemblea d'illustri scienziati, tra cui teologi, matematici e astrologi.
La profondità delle sue spiegazioni, la sua sincerità e la profonda saggezza delle sue parole lasciarono tutti allibiti. Il Principe Elettore stesso, che assisteva alla controversia, gli accordò da allora la sua protezione.
Il manoscritto de L'Aurora Nascente restò negli incartamenti del Consiglio fino al 26 novembre 1641, giorno in cui il borgomastro di Gorlitz, Dr. Paolo Scipio, seguendo il consiglio del ciambellano Georg von Pfluger, lo inviò ad Amsterdam, ad Abraham Villems von Beyerland.
Dopo aver scritto la sua prima opera, Jacob dovette attraversare un lungo e doloroso periodo di sette anni, durante i quali, come lui sostenne, la luce si era ritirata da lui.
I frutti di questo periodo tormentato li ritroviamo nei Tre Principii e nelle sue Lettere.
Il sigillo che si era scelto rappresentava una mano elevante verso il cielo una verga con tre gigli. Il suo motto era: "La nostra salvezza in Gesù Cristo (che è) in noi".
Il suo pensiero influì in maniera rilevante sull'evoluzione del filone teosofico e mistico del pensiero romantico che attraversò il nord Europa fino al XX secolo.
Lasciò le spoglie mortali nel 1626 confortato dalla moglie e dai figli.